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Ogni bambino incomincia ad apprendere fin dalla nascita: è una spugna che
raccoglie e rimanda i tanti (o pochi) stimoli che riceve, assorbe le parole,
gli atteggiamenti, le emozioni dei luoghi che frequenta, delle persone che lo
circondano, impara dalle sue esperienze di vita.
Ogni bambino che, a sei anni, arriva in prima elementare, ha con sé una valigia
di vissuti, relazioni, conoscenze e capacità estremamente diversificate che
rappresentano la sua propria storia.
Le indicazioni nazionali ci dicono che da qui occorre partire per rendere ogni
alunno protagonista attivo nel proprio percorso di apprendimento, che non è mai
fine a se stesso. Ha sempre più valore come e perché si impara rispetto al cosa.
Il fine ultimo è la formazione della Persona unica, irripetibile, autonoma,
capace di cittadinanza nel mondo, una formazione che scuola e famiglia
concorrono corresponsabilmente a costruire.
Un tempo accedeva alla scuola solo una parte dei figli italiani, chi non
riusciva a scuola andava a lavorare senza problemi. Oggi la scuola è aperta a
tutti ed ha la finalità costituzionale (!) di promuovere il successo formativo e
di vita di ciascuno.
Per questo ognuno ha il diritto di trovare le cure, le opportunità, le
occasioni, gli ambienti ideali per imparare ad essere, a fare, a conoscere, per
imparare ad imparare e a vivere con gli altri. La scuola di oggi non si pone
l’obbiettivo di selezionare ma di promuovere.
Dentro questa premessa occorre leggere il tema della “valutazione”. A questa
complessità va ricondotta una riflessione profonda sullo strumento “voto
decimale”, introdotto di nuovo più precocemente nelle scuole italiane.
Perché si valuta, con quale scopo? A chi serve la valutazione? Il “voto” può
essere, soprattutto nel contesto scolastico di oggi, uno strumento chiaro ed
efficace?
La valutazione segna il successo o l’insuccesso di un progetto e di un
processo, esprime un dato qualitativo sia dell’attività dell’insegnante che
delle prestazioni dei bambini.
La valutazione serve anzitutto all’insegnante, gli consente di leggere il
materiale umano, le esperienze, le conoscenze, le capacità e le competenze che
ha a disposizione, per intrecciarle, promuoverle, metterle a confronto e
svilupparle positivamente, lo obbliga a fermarsi ogni tanto e ripensarsi nelle
proprie strategie per prendere nuove vie se qualcosa non ha funzionato. Questa
valutazione è ampia e si rivolge ai risultati attesi, all’azione didattica, alle
interazioni costruite con l’alunno e con la sua famiglia, al clima generale
della classe: è esattamente una fase obbligata per ben progettare e promuovere
l’offerta formativa. Qualcuno pensa che il voto esprima questo concetto di
valutazione?
La valutazione serve anche per comunicare alla famiglia “come va a scuola” il
proprio figlio. Occorre che i genitori sappiano in modo chiaro se il figlio
funziona scolasticamente o no, quale livello ha raggiunto. Bene, se è questo che
ci interessa come genitori, forse un numero ci restituisce immediatamente
un’indicazione di adeguatezza o inadeguatezza. Già a sei anni, a sette, a otto…
possiamo avere il comprensibile orgoglio di un figlio “bravo”, l’apprensione
per un figlio che è appena sufficiente, la preoccupazione per un bambino che
proprio sembra incompatibile con certe materie, la rassegnazione o la vergogna
per un figlio che non si riesce a governare. Il voto diventa un campanello che
suona a conferma o sconferma della nostra stessa competenza di genitori,
soprattutto quando è ripetuto nel tempo. Ci aiuta o offre aiuto ai nostri figli?
Ci dice dove sono le potenzialità e le lacune? Eleva la qualità della scuola?
Cosa ci comunica di nostro figlio?
Come stanno i bambini dentro una valutazione quantitativa? Quali messaggi di
giudizio e di valore su di sé passano con i voti? Se a parole il voto esprime la
valutazione di un prodotto, di un lavoro, di un risultato ottenuto rispetto a
ciò che era atteso, di fatto per bambini e ragazzi molto piccoli l’effetto voto
assume un risvolto emotivo fortissimo che rinforza autostima o disistima, che
invoglia a continuare perché gli adulti sono soddisfatti o che demotiva
ulteriormente perché le cose difficili non si sanno fare, che ufficializza i
geni e i pierini. Si fa per il voto, per la verifica, per far contento qualcuno,
quando lo sforzo gratificante per tutti dovrebbe essere quello di fare e farsi
domande, di cercare risposte su ciò che si vede, si sente, si vive, si
sperimenta, si sogna, si pensa, si inventa, si racconta, si confronta, si
impara.
Pensiamo possibile tradurre una serie di dati qualitativi in un dato numerico
sintetico, univocamente interpretabile? Ogni scuola e ogni docente adotta un
proprio metro, cerca un adattamento di buon senso che non prescinde dalle
estremizzazioni e dagli equilibrismi, adegua la povertà dello strumento alla
complessità del processo che vorrebbe esprimere e misurare. Senza danni?
Qualcuno ha detto che noi adulti stiamo diventando sempre più freddi chimici
che analizzano e rispondono ingegneristicamente per sterilizzare le ansie, le
paure, le difficoltà, con l'illusione di semplificare la vita. Questo stiamo
cercando di passarlo ai bambini, fin dalla prima elementare. Ma non funziona: i
bambini, i ragazzi hanno bisogno di essere alchimisti, di guardare la fiamma che
crea e modifica e cambia. Di essere appassionati. Solo i più bravi? Gli altri
rischiano di rimanere sempre più precocemente imprigionati nei numeri più bassi,
che imparano prestissimo a leggere come incapacità a funzionare rispetto alle
aspettative adulte, che incarnano il "bene" ed il "male" nella pochezza di un
segno, quasi sempre senza comprenderlo se non emotivamente.
Occorre preparare i ragazzi a combattere nella vita, a riflettere con
attenzione, curiosità, capacita critica, senso delle giustizia e della bellezza
sulla cultura e sulla realtà, sul presente e sul futuro, sulle scelte e sulle
responsabilità: è un dialogo educativo continuo, motivante, per crescere. Le
capacità che si acquisiscono non possono che essere espresse in positivo.
Qualcuno invece si rassegna ad essere inadeguato e cerca altrove qualcosa che lo
faccia sentire importante. Le statistiche parlano del 20% dei ragazzi,
prevalentemente maschi, con problemi e disagi vari: ci va bene?cosa servirebbe a
questi ragazzi? risolviamo con i numeri?
A cura di Marilisa Zappella Marzo 2009 |